8 anime che hanno cambiato le carte in tavola

8 anime che hanno cambiato le carte in tavola

Siamo tutti cresciuti con i cartoni animati giapponesi. Dalla fine degli anni Settanta in poi l’animazione del Sol Levante ha iniziato a invadere i palinsesti italiani, tra robottoni, maghette, guerrieri e calciatori vari. La storia dell’animazione giapponese comincia agli inizi del Novecento ma una vera e propria industria dell’animazione, capace di produzioni di massa e di creare opere in serie esportabili anche all’estero, comincerà a formarsi nell’immediato dopoguerra: il 1948 è l’anno in cui, per intenderci, nasce la Toei Animation, tuttora uno dei caposaldi del settore.

In tutti questi anni, sono state prodotte tantissime serie animate, molte delle quali hanno influenzato l’arte e l’animazione mondiali. All’interno della lunga storia dell’animazione giapponese (per chi volesse trovarne un sunto, può leggere questo interessante articolo su LegaNerd) ci sono però alcune pietre miliari che vale la pena ricordare per il ruolo determinante che hanno avuto nel creare o definire il proprio genere di riferimento, al punto da ricadere a cascata su tutta la produzione animata successiva. Ecco dunque 8 serie animate giapponesi che, quando sono state trasmesse, sono state capaci di cambiare le carte in tavola e stravolgere tutto.

[Disclaimer: parliamo solo di serie animate, quindi non parleremo di lungometraggi di animazione; per quelli magari faremo una puntata dedicata nel caso questo articolo avesse un buon riscontro. Disclaimer 2: la scelta delle 8 serie è del tutto personale e dettata da una necessità di semplificazione. Per non scrivere un articolo infinito, ho dovuto escludere qualche serie che avrebbe meritato di essere nella lista. Se credete che ci siano aggiunte da fare, lo spazio per i commenti è in fondo all’articolo!]

 

1) Testsuwan Atom/Astro Boy (1963-1966)

Astro Boy - foto serie 1963Più che cambiare le carte in tavola, la prima serie animata di Astro Boy le carte in tavola le ha posizionate e distribuite. Si tratta del primo adattamento animato di un manga (Testuwan Atom/Astro Boy del Dio dei Manga Osamu Tezuka), una pratica oggi ovviamente diffusissima. Fu anche la prima serie animata giapponese a essere esportata all’estero, con discreto successo: durata la bellezza di 193 episodi divisi in quattro stagioni, l’anime ebbe una sua edizione americana che avrebbe poi donato al personaggio il nome con cui è conosciuto in occidente, Astro Boy per l’appunto.

In Italia a quel che mi risulta non abbiamo mai visto questa serie ma solo il suo remake degli anni Ottanta. Un vero peccato, perché da quel che si vede le animazioni erano davvero pregevoli e, nel definire i canoni estetici dell’animazione giapponese dei successivi quaranta anni, alcune scelte stilistiche e registiche ricordano molto, a mio avviso, il Superman dei Fratelli Fleischer. Chi non mi crede, qui sotto può vedere tutto il primo episodio sottotitolato in inglese.

2) Mazinger Z (1972-1974)

Dal genio di Go Nagai, Mazinger Z è la serie che ha definito il concetto stesso di anime di robottoni per come lo conosciamo oggi. Non si tratta della prima serie animata robotica in assoluto: prima di lei c’erano state Tetsujin 28-go (1963-1966, che per molti versi meriterebbe forse una voce a parte in questa lista) e Astroganga (iniziato pochi mesi prima di Mazinger sempre nel 1972).

Ma per la prima volta in Mazinger Z il pilota umano veniva posizionato all’interno del robot, scendeva fisicamente sul campo di battaglia e rischiava la vita in prima persona, un elemento che oggi tendiamo ad associare automaticamente al concetto stesso di robottone giapponese, ma che di fatto fino a prima di Mazinga era tutt’altro che scontato: Tetsujin-28 era telecomandato a distanza, mentre Astroganga era addirittura senziente.

Nello stesso anno Nagai avrebbe aggiunto un elemento ulteriore alla formula inventando anche il concetto di robottone componibile con Getter Robot.

3) Cutie Honey (1973-1974)

Cutie Honey

Go Nagai ha inventato più o meno tutti i generi del fumetto e dell’animazione giapponese.

Con Cutie Honey in un colpo solo ha dato origine al genere majokko, vale a dire gli anime di “combattenti magiche” alla Sailor Moon o alla Dolce Creamy (la protagonista di Cutie Honey, Honey Kisaragi, è un’eroina dotata di superpoteri e capace di trasformarsi in quello che le risulta più utile per compiere le proprie missioni), e ha legittimato con il suo successo quella tendenza al fan service che già aveva fatto la fortuna della produzione fumettistica nagaiana sin dai tempi della Scuola senza pudore e tuttora popola l’animazione giapponese (Honey non esita a mostrare spesso le proprie grazie e quando si trasforma rimane per qualche istante completamente nuda).

4) Mobile Suit Gundam (1979-1980)

Un punto di vista completamente nuovo sui robottoni viene introdotto nel 1979 da Yushiyuki Tomino con il suo Mobile Suit Gundam, capostipite del sottogenere dei cosiddetti Real Robot, più scientificamente plausibili nel design e maturi nei contenuti.

Se Nagai con i suoi Super Robot offriva scontri all’ultimo sangue tra uno o più eroi positivi e fantascientifici invasori extra-terrestri, nell’opera di Tomino il confine tra bene e male si assottiglia, gli scontri sono esclusivamente battaglie tra uomini e i robottoni diventano uno strumento di guerra. L’attenzione si sposta dallo scontro della singola puntata alla riflessione sulla natura umana e sul perché continuiamo a combattere tra di noi.

Mobile Suit Gundam è interessante anche da un altro punto di vista: quello dell’incredibile successo del merchandising nato dalla serie (un successo che in un certo senso ha “salvato” il mondo di Gundam dal cadere nel dimenticatoio dopo l’iniziale insuccesso di pubblico), ma questo aprirebbe una lunghissima parentesi che non è il caso di affrontare ora.

5) Captain Tsubasa/Holly e Benji (1983-1986)

Quante pallonate in faccia, Bruce!

Provare ad affermare che Captain Tusbasa sia stata la prima serie animata a tematica sportiva giapponese (spokon) sarebbe totalmente folle e insensato. Ho preferito però inserire i nostri Holly e Benji in questa lista al posto dei loro numerosi predecessori (al posto loro ci sarebbe potuto stare benissimo, ad esempio, Tommy la stella dei Giants) perché trovo che in qualche modo in Holly e Benji si siano messi a punto e definiti gli stilemi del genere che lo hanno reso più largo e di ampio consumo.

Il tema del lavoro di squadra, la successione a step dai campionati regionali via via fino ad arrivare ai mondiali, gli avversari pittoreschi e con caratteristiche fisiche assurde e tecniche fisicamente inconcepibili, gli allenamenti sovrumani, i tiri che hanno ognuno il proprio nome come fossero tecniche marziali: sono tutti elementi che a sprazzi erano presenti qua e là nelle opere precedenti ma che in Captain Tsubasa trovano una coesione che avrebbe fatto il successo della serie, dato il via al rilancio del genere spokon e, non dimentichiamocelo, convincendo un botto di Giapponesi a giocare a calcio (ok, non c’entra con il tema di questo articolo, ma se una serie animata ha un impatto non solo sul settore dell’animazione ma anche sul mondo reale credo valga la pena segnalarlo).

6) Dragon Ball + Dragon Ball Z (1986-1996)

Epperò l’immagine è di Dragon Ball Super, ma vabe’…

Avrei voluto tantissimo poter inserire in questa lista come rappresentante del genere shonen di botte e mazzate Saint Seiya – I cavalieri dello zodiaco, una serie le cui influenze nella produzione animata successiva si tendono a sottovalutare.

Ma per onestà intellettuale ho dovuto invece scegliere Dragon Ball di Akira Toriyama. Perché è dal successo di Dragon Ball e del suo seguito, Dragon Ball Z, che è nato il genere shonen di botte e mazzate per come lo intendiamo ora.

La lezione di Dragon Ball si ritrova più o meno in ogni anime di combattimenti a lui successivo e il manga di Toriyama viene indicato da tantissimi autori contemporanei come il loro primo approccio al mondo del fumetto e un punto di riferimento che è impossibile ignorare.

Lo schema ricorrente scontro con un nemico + sconfitta + allenamento + power up (magari con trasformazione annessa) + nuovo scontro + vittoria finale è onnipresente da Naruto, a Bleach, a One Piece, così come l’utilizzo di un torneo di arti marziali come momento di snodo della trama (vedi ad esempio Yu Yu Hakusho, Hunter x Hunter o la variante parodistica del recentissimo One Punch Man).

7) Neon Genesis Evangelion (1995-1996)

Terzo anime di robottoni della lista, Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno è stato capace di ridefinire totalmente il genere e di aprire contemporaneamente nuove strade per tutta l’animazione giapponese. Partendo dalla lezione di Go Nagai, Anno sposta l’attenzione sulla dimensione psicologica dei personaggi, scomponendo e decostruendo il mito del Super Robot fino a creare una sorta di trattato sul genere umano, sulle difficoltà di comunicazione, sul senso stesso della nostra esistenza.

Una rivoluzione che si riflette sia sul piano dei contenuti – con un intreccio capace di pescare a piene mani da filosofie orientali, Cabala e testi biblici ufficiali e apocrifi – sia sul piano della forma, con il ricorso a soluzioni sia di scrittura che di messa in scena originali e tutt’altro che mainstream, complice anche una situazione produttiva alquanto particolare (per approfondire consiglio questo articolo, ancora una volta tratto da LegaNerd).

8) Pokémon (1997 – in corso)

Si era accennato poco sopra al discorso dell’importanza del merchandising per la nascita dell’universo legato a Mobile Suit Gundam. In realtà, su questo versante è molto interessante il caso Pokémon. Tratta dall’omonima serie di videogiochi targata Nintendo, l’anime dei piccoli mostri che vede protagonisti Ash e Pikachu va avanti ininterrottamente da oltre venti anni.

A livello di narrativa e contenuti Pokémon non è assolutamente nulla di che (si potrebbe giusto riconoscergli di avere legittimato l’idea di portare in animazione la logica da RPG che avrebbe fatto il successo di altri titoli successivi, come Yu-Gi-Ho), ma con oltre 1000 episodi, 20 lungometraggi, un successo globale pazzesco che non sembra volersi arrestare e, soprattutto, un dialogo continuo e proficuo con la Nintendo per dirigere al meglio e coordinare le azioni di marketing dei titoli animati e di quelli videoludici, la serie si è configurata come un esempio virtuoso di animazione cross-mediale.

#AnimeTrivia: il primo cartone giapponese in Italia

Il primo cartone animato giapponese ad approdare in Italia non fu Atlas Ufo Robot/Goldrake, come dicono i più ingenui: Actarus arrivò sulle reti italiane solo nel 1978 e fu, questo sì, il primo anime robotico a fare la sua comparsa da noi (prima anche di Mazinger Z, nonostante ne sia il sequel). Visto il quarantennale, credo che gli dedicherò presto un #Threevia.

Altri due titoli che vengono spesso citati come primo anime arrivato in Italia sono Heidi, programmato sempre a partire dal 1978 ma qualche mese prima di Goldrake, e Vicky il Vichingo, trasmesso nel 1977.

Ma la prima serie animata giapponese ad arrivare in Italia fu un altra: Barbapapà. Ebbene sì, la prima serie animata tratta dai famosi personaggi dei fumetti francesi è stata di produzione interamente giapponese, in originale si intitolava バーバパパ (che si legge Baabapapa) e arrivò in Italia nel 1976. Resto di stucco: è un barubaturukko.

3 Commenti

  1. Secondo Talus Taylor, a Cartoons on the Bay nel 2009, la produzione della serie animata di “Barbapapà” è da intendersi completamente FRANCESE.

    Lui e i suoi collaboratori (la moglie Annette Tyson e altri) produssero i model sheet. le trame, i disegni principali e tutto il resto, lasciando alla TOEI solo le intercalazioni.

    A seguito del particolare contratto che la TOEI impone per queste co-produzioni, i diritti per il mercato asiatico sono tutti suoi, ma il cartone non sarebbe giapponese, quindi non lo si può considerare un “anime” (non più di quanto lo sia “Ducktales” del 1986, che era animato in Korea, ma prodotto da Disney)

    E comunque il primo anime ad approdare in Italia dovrebbe essere “Il serpente bianco”, il primo lungometraggio della TOEI, trasmesso in RAI nel 1965, di cui Yamato ha appena reperito l’audio italiano dell’epoca, purtroppo parzialmente deteriorato

  2. Secondo me anche Hokuto No Ken è stato uno dei primi nel suo genere, probabilmente da ignorante quale sono non sarà stato il primo, ma forse il primo “più famoso” del genere. Tumbs up!

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