Cosa c’è dietro alle Femen: tre cose che non sapevi

Con il dibattito politico in pausa causa elezioni in corso, i giornali, poverini, devono concentrarsi sugli aneddoti buffi ai seggi di questi giorni. L’evento che ha attratto maggiormente l’attenzione sui social, insieme a Di Battista che sbaglia seggio, è la comparsa di una Femen a seno nudo al seggio elettorale a cui si è presentato Berlusconi.

Agevoliamo di seguito il video:

Intanto: complimentissimi a tutti quelli che hanno commentato l’accaduto sottolineando che la ragazza in questione ha le tette piccole. Fate un sacco ridere. Mi fanno male gli addominali. Ah ah ah.

Detto questo, le Femen presentano vari motivi di interesse oltre alle tette delle partecipanti, sia di carattere sociologico, storico che comunicativo. In particolare, ci sono alcuni retroscena sul movimento, su come funziona e sulle sue origini, che sono emersi solo negli ultimi anni ma che di fatto non sono particolarmente noti ai più. Andiamo quindi a scoprire cosa c’è dietro alle Femen (perché quello che c’è davanti lo vediamo bene).

1. Secondo una delle fondatrici, il movimento non esiste più

Yana Zhdanova

In un’intervista rilasciata all’inizio dell’anno scorso al periodico ApostropheYana Zhdanova, una delle fondatrici del movimento, ha dichiarato:

«FEMEN non esiste più. Dal 2015, è tutto finito. Tutti si sono dispersi, come navi in mare aperto. La squadra che c’era prima ora non c’è più. Tutti imitano le nostre attività: in Spagna, in Francia, anche in Ucraina ci sono un paio di ragazze sotto la guida di Anna Gutsol [fondatrice del movimento n.dR.]. […] Non so nemmeno chi sia attualmente a gestire il sito internet o la pagina Facebook. A volte pubblicano dei testi lunghissimi che non hanno niente a che fare con le nostre attività. L’unica cosa che li collega alla Femen è che protestano in topless e si scrivono degli slogan sul petto. […] Ora Femen non è più un’organizzazione, ma uno stile di protesta. Lo stile che abbiamo creato durante l’esistenza della nostra organizzazione, semplicemente preso in prestito.»

2. Una Ex Femen ha descritto il movimento come una setta

Nella foto, Inna Shevchenko, uno dei “volti” più noti del movimento

Altro giro, altra intervista, risalente a febbraio 2014: il prestigioso quotidiano francese Le Figaro raccoglie la testimonianza di Alice, un ex Femen della branca parigina, che ha sottolineato alcuni aspetti del movimento che lo rendono spaventosamente simile a una setta e che l’hanno portata ad allontanarsene:

«Non esisti più come individuo, non pensi più per te stessa, ma per il gruppo, fagociti acriticamente tutto quello che senti. Femen trasforma il tuo corpo nel tuo spirito. Ripeti continuamente e senza sosta i principi fondamentali […]. La ripetizione è necessaria perché tutto possa essere memorizzato meccanicamente, come le tabelline. […] Ci si sente naturalmente risucchiati, senza violenza, verso una totale accettazione delle regole del gruppo e si abbandona ogni spirito critico. E coloro che non smettono di esprimersi autonomamente molto presto si trovano a lasciare il gruppo ‘di loro spontanea volontà’. […] Lentamente accetti di essere sottomessa, una cosa che fuori da lì non accetteresti mai. Se arrivata lì per combattere contro la sottomissione delle donne e cosa ci guadagni? Il diritto di dire, la sera al tuo rientro a casa, che ti sei battuta per una libertà di cui tu stessa non godi più.»

3. Il vero capo delle Femen è (era) un uomo

Femen – L’Ucraina non è in vendita è un documentario del 2014 diretto da Kitty Green (presentato in anteprima mondiale al festival di Venezia e poi distribuito al cinema anche in Italia) che affronta il tema delle Femen dall’interno: la Green ha seguito alcune attiviste del movimento per un anno intero, condividendo con quattro di loro un appartamento e filmandone le attività giorno dopo giorno.

Uno degli elementi più scioccanti emersi dall’indagine è stata l’enorme importanza della figura di Victor Sviatski, ufficialmente consulente del gruppo e amico della fondatrice, ma di fatto una sorta di eminenza grigia che oltre a supportare il movimento ne dettava scelte e strategie e sceglieva personalmente le ragazze adatte a entrarvi (sulla base di criteri prettamente estetici, e tanti saluti al femminismo).

Parlo al passato sia perché a quanto pare Sviatski ora è fuori dai giochi, sia perché se dobbiamo dare credito alle parole di Yana Zhdanova al punto 1 ora un movimento vero e proprio non esiste più – mi verrebbe da dire forse proprio a causa dell’allontanamento di Sviatski.

Sulla figura di Sviatski, nel 2013 l’Independent riferiva:

Inizialmente, Sviatski non voleva essere intervistato, ma la Green era determinata a farlo apparire nel film: «Il suo ruolo era un aspetto moralmente importantissimo per me perché mi ero resa conto di come il movimento fosse gestito. Si comportava in maniera davvero orribile con le ragazze. Urlava e le chiamava ‘stronze’».

Quando alla fine si convinse a parlare con la Green, ha tentato di giustificare il suo ruolo all’interno dell’organizzazione e ha compreso il paradosso di essere il “patriarca” che comanda su un gruppo di protesta femminista. “Queste ragazze sono deboli”, riferisce Sviatski nel film. «Non hanno carattere. Non hanno il desiderio di essere forti. Al contrario, si dimostrano sottomesse, senza forza di volontà, sempre in ritardo, e hanno numerose altre caratteristiche che le impedivano di diventare attiviste politiche. Tutte queste qualità gli andavano insegnate».

Quella di Kitty Green non è l’unica indagine giornalistica condotta sulle Femen: in giro sul web si trovano per esempio numerosi riferimenti a un’inchiesta del canale televisivo ucraino 1+1 condotto dalla giornalista Daryna Chyzh nel 2012, da cui era emerso un quadro abbastanza strano di come era organizzato il movimento in cui si parlava di corsi di formazione per imparare a mostrare al meglio le tette, retribuzioni mensili fisse per le attiviste (sui mille euro) e per gli organizzatori (oltre 2mila euro) e si faceva anche il nome di alcuni finanziatori occidentali del movimento.

Al tempo, però, il movimento aveva risposto con una comunicazione ufficiale che sollevava più di qualche dubbio sull’accuratezza dell’inchiesta.

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