È finita la miglior serie a fumetti italiana di sempre. Grazie, Rat-Man!

Attenzione: post notevolmente nostalgico. Con il numero 122 si è conclusa pochi giorni fa la miglior serie a fumetti italiana di sempre, Rat-Man di Leo Ortolani. Sottolineo: 122 numeri, tutti scritti, disegnati, inchiostrati e letterati da Leo Ortolani. Probabilmente è il più lungo fumetto d’autore mai pubblicato nel mondo occidentale (e dico “occidentale” giusto per non pestare i piedi al nipponico Golgo 13, che però non ho mai avuto il piacere di leggere).

Più di 20 anni di storie – il numero 1 è uscito ad aprile 1997 – a comporre un affresco magistrale, molto complesso e carico di sense of wonder sul tema dell’eroismo, per riuscire a rispondere a una domanda difficilissima: cosa significa essere eroi? Niente male per una serie che “nasce come una parodia di Batman”…

Non posso dire di essere uno di quelli che conosceva il Ratto già prima che approdasse in Panini Comics, quando veniva pubblicato su Made in USA o nei giornalini autoprodotti (forse perché nel 1995 avevo 10 anni e fanzine e autoproduzioni erano fuori dalla mia portata). Fatto sta che invece posso dire di aver acquistato Rat-Man Collection sin dal numero 1, quello appunto datato aprile 1997, attirato in realtà dall’Uomo Ragno in copertina.

Rileggere ora il primo numero, con in mente quello che da lì a pochi anni Rat-Man sarebbe diventato, è un po’ straniante: il talento dell’autore è ovviamente già evidente, e così i semi del personaggio, ma le battute in alcuni casi sono proprio sceme e l’elemento comico prevale su quello narrativo (anche se tra le storie pubblicate nel primo numero c’è La minaccia verde che avrebbe poi rivestito un ruolo determinante in alcune saghe successive, tra cui l’ultima).

Sfogliando le gag sulle ascelle di Spider-Man, che a undici anni mi facevano riderissimo, è veramente difficile immaginare che nel proseguire della serie comicità e racconto avrebbero trovato un equilibrio assolutamente perfetto.

Credo comunque che il momento in cui ho capito di avere tra le mani qualcosa che era più di quello che sembrava, sia arrivato leggendo Rat-Man Collection 3 dove, in appendice a una storia con Wolverine che non potevo apprezzare appieno perché avrei letto Weapon X solo molti anni dopo, c’era il primo capitolo della Trilogia del Ritorno. Scoprivamo così che Rat-Man aveva lavorato in una squadra di super-eroi, la Seconda Squadra Segreta. Che c’era stata una Prima Squadra Segreta. Che sulla prima Squadra Segreta c’era un mistero da risolvere e qualcuno stava cercando di uccidere i vecchi compagni di battaglie del nostro eroe.

In sostanza, nelle premesse era una specie di risposta italiana a Watchmen (ma anche in questo caso, Watchmen l’avrei letto solo anni dopo). Nell’ottica complessiva della serie era in realtà molto di più (e chissà se Leo al tempo poteva immaginarlo): si trattava del primo passo verso la costruzione di un intero universo che ruotava intorno a Rat-Man, un primo indizio che la storia delle origini apparsa nel numero 1 non raccontava affatto tutto quello che c’era da raccontare e che c’era tanto che non sapevamo ancora sul passato del nostro eroe.

In quello spazio Leo si sarebbe mosso negli anni successivi per farci conoscere sempre più il suo universo, il suo protagonista e i suoi comprimari. Dopo aver molto apprezzato la Trilogia dei Fantastici Q… del Multiverso e la Trilogia del Clone, con la Quadrilogia del Supereroe (Rat-Man Collection 17-20, siamo già nel 2000) ho avuto la netta sensazione che l’asticella si fosse nuovamente alzata. Era una storia bellissima, ed è una storia bellissima anche a rileggerla ora, divertentissima ma anche piena di suspense, coinvolgente, emozionante e con un finale carico di speranza. Che è poi tutto ciò che serve in un fumetto di supereroi.

L’Esalogia delle Origini (Rat-Man Collection 29-34) avrebbe confermato la strada tracciata in quell’occasione e da lì in poi le saghe sul passato di Rat-Man sarebbero state sempre più emozionanti e avvincenti, andando a definire sempre meglio il rapporto tra Rat-Man, l’inaspettato ruolo paterno di Janus Walker, e la minaccia incombente dell’Ombra. Qualche numero dopo la Quadrilogia di Dio (Rat-Man Collection 41-44) avrebbe esplorato approfonditamente un altro tema spesso presente in precedenti storie brevi, quello meta-fumettistico che – pur con declinazioni leggermente diverse – avrebbe avuto un ruolo molto importante in alcune delle saghe a venire, compresa quella finale.

Potrei andare ancora avanti a citare singole saghe o storie che per un motivo o l’altro meritano una menzione, ma mi fermo qua. 20 anni sono tanti per un fumetto, ma sono ancora di più per un lettore. C’è una vita in mezzo, ed è scabrosamente divertente pensare che ho vissuto più anni della mia vita con Rat-Man che senza. Ti trovi in quella situazione in cui riesci ad associare alcune storie a momenti precisi del tuo passato, ricordi le esatte sensazioni provate nel momento in cui hai letto certi passaggi e non sai neanche tu consciamente perché certe scene siano state capaci di toccare determinate corde.

Ricordi quando ti sei sentito come se fossi stato tu a dare un pugno al Drago nell’Arena di fronte a tutta la Città Senza Nome, o il senso di infinita tenerezza provata nel vedere la sensuale Gatta sconfitta dalla memoria purissima di Thea, o quella strana sensazione che tuttora non riesci a decifrare, tra la commozione e la risata più sguaiata, arrivata all’improvviso nel vedere una splash page con un Rat-Man in carrozzina che in qualche modo riesce ad attaccare dall’alto l’Agente Smith.

E alcune di queste storie le hai lette mentre eri con il tuo migliore amico, altre mentre eri da solo ed eri preoccupato per un esame medico di cui non sapevi immaginare l’esito (per fortuna positivo), altre ancora ti hanno dato un po’ di coraggio mentre ti preparavi a un incontro con quella ragazza importantissima, altre le hai semplicemente lette per ingannare l’attesa in un momento di noia.

I personaggi che ti hanno accompagnato in tutti quei momenti ti mancheranno, non puoi farci niente. Ma in qualche modo, come nelle più banali frasi dei più banali film strappalacrime, ti accompagneranno sempre.

Per questo e per mille altri motivi: grazie, Leo. Grazie per aver creato questo mondo. Grazie per averci tenuto compagnia per 20 anni. Grazie per averci fatto ridere. Grazie per averci fatto piangere. Grazie per averci fatto emozionare. Grazie per averci insegnato che per ottenere qualcosa bisogna rischiare, guardare il vuoto sotto, flettere i muscoli e tuffarcisi a capofitto.

Grazie per averci mostrato che anche un uomo piccolo, brutto, stupido, banale, incapace, ridicolo, senza alcun potere o qualità, se vuole, se davvero lo vuole, se ha il coraggio di crederci, è capace di essere un eroe.

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