Di Twitter, Reporter e Repubblica Academy

Una delle principali conseguenze che la diffusione delle nuove tecnologie smart e dei social network hanno avuto sulla libera circolazione delle notizie e delle informazioni è la sempre maggiore capillarità del cosiddetto fenomeno del citizen journalism, il giornalismo partecipativo, che vede l’azione diretta dei “non professionisti” nel panorama del news-making. In questo momento storico, per esemplificare, chiunque possieda uno smartphone o un tablet ha in tasca, potenzialmente, un editor di testo, una telecamera e una macchina fotografica con accesso immediato al maggiore flusso di notizie del mondo, Internet.

Come ho avuto modo di scrivere pochi giorni fa occupandomi della Porcata dell’Inedito, ritengo che l’operato di alcuni “amatoriali” in questo campo sia fondamentale, principalmente per l’inadeguatezza di buona parte dei professionisti. Il problema (o meglio: uno dei problemi) è che la percezione che si rischia di avere dello stato attuale di cose è che basti avere un account su Twitter per diventare un fotoreporter, e non c’è nulla di più falso.

In questo senso, mi sembra significativa l’iniziativa di Repubblica.it, che qualche giorno fa ha lanciato una nuova sezione del sito, Reporter, dedicata a contributi video esterni, composti da «semplici cittadini, testimoni di eventi eccezionali o ordinari abusi che vale la pena denunciare. Armati di telecamere o smartphone, per documentare la vita del Paese. Ma anche semi-professionisti, con tecniche e strumenti più sofisticati, che ritengono di avere storie che è importante divulgare». All’interno della sezione, trova spazio anche una scuola per videomaker, Repubblica Academy, supervisionata da Paolo Sorrentino. Come leggiamo nell’articolo di presentazione:

Repubblica Academy […] sarà un corso avanzato di videogiornalismo di circa sei mesi, che si ripeterà ogni anno. Consisterà in una decina di lezioni tenute dai migliori professionisti delle tecniche di ripresa e di montaggio, sino allo storytelling multimediale. La prima e l’ultima lezione saranno fatte dal vivo mentre le altre saranno online.

I 20 partecipanti saranno selezionati tra i videomaker che manderanno i loro video (inchieste, reportage, videocronache di viaggi) a partire da oggi e per circa un mese. Verranno scelte le persone che presenteranno i contenuti più meritevoli e si terrà conto di un’equa distribuzione sul territorio nazionale, in modo da costituire una sorta di rete informale di videocorrispondenti disseminati lungo la penisola e da attivare al bisogno. Il corso è gratuito e, durante e dopo, sarà richiesto agli allievi di produrre una serie concordata di servizi video per il sito del giornale.

L’idea, sulla carta, è interessante e indica la consapevolezza che, tra coloro che si occupano di giornalismo partecipativo, non ci sono solo i soliti cospirazionisti della domenica, ma anche gente valida che può valer la pena di professionalizzare.

All’atto pratico, però, la proposta di Repubblica Academy ha l’aria di essere un po’ debole. Con un numero così risicato di incontri sparsi in un arco di tempo così ampio, non credo che si intenda realmente formare dei professionisti, quanto piuttosto offrire ai non professionisti un know-how prettamente tecnico e piuttosto superficiale su come confezionare i propri servizi. E non è di questo che il giornalismo italiano ha bisogno.

In proposito, riporto le considerazioni (interessantissime e dettagliate) del giornalista Wolfgang Achtner (qui il commento integrale):

[…] Il corso Repubblica Academy viene denominato «un corso avanzato» ma non si capisce come potrebbe esserlo se deve formare dilettanti e tra l’altro pur essendo della «durata di sei mesi, consisterà in una decina di lezioni tenute dai migliori professionisti delle tecniche di ripresa e di montaggio». Tradotto in italiano questo significa che ci saranno 10 lezioni distribuite in un periodo di sei mesi e che queste lezioni si occuperanno di riprese e di montaggio.

Sulla base della mia notevole esperienza di formatore professionale e di docente universitario mi permetto di sostenere che corsi organizzati in questo modo, e cioè poche ore di lezione a distanze di mesi l’una dall’altra, servono a poco o nulla. Nel campo del videogiornalismo, i corsi ritenuti seri, come i Platypus Videojournalism Workshops o della Columbia University sono della durata di una o due settimane e sono intensivi.

L’altro punto fondamentale della questione e secondo punto debole della cosiddetta “Repubblica Academy”, è che stiamo parlando di corsi di videogiornalismo. Sottolineo il fatto che sul sito di Reporter, il Progetto è scritto: “corso avanzato di videogiornalismo Repubblica Academy”.

Il punto chiave di corsi di videogiornalismo – e qui e’ facile dire che quest’Academy è impostata male – e che si tratta di una forma di GIORNALISMO, per cui la cosa più importante è di creare bravi giornalisti in primis, giornalisti televisivi in secondo luogo e, in terzo, giornalisti televisivi capaci di lavorare da soli sul campo.

Nei miei corsi, la prima settimana consisteva di lezioni teoriche, visione di materiale ed esercitazioni di vario genere sul giornalismo e sul giornalismo televisivo e la seconda settimana consisteva in altre lezioni riguardante l’uso pratico delle attrezzature e una serie di esercitazioni sul campo e montaggio in sede dei servizi girati.

Tanto per essere chiari, la prima lezione, che durava quasi una mattinata intera, si occupava di Etica! Sorrentino potrà anche essere un bravo regista ma non credo di sbagliarmi se dico che non ha esperienza giornalistica ad alto livello. Questo è importante perché, nel vidoegiornalismo, l’uso delle immagini o meglio delle sequenze (che devono essere di elevatissimo livello qualitativo) è subordinato al racconto di una storia che deve rispettare tutti i criteri giornalistici e non alla bellezza di una storia nel caso della produzione di film e, quindi, di fiction.

Questa distinzione è di fondamentale importanza perché collega la produzione di un servizio videogiornalistico al rispetto dei principi etici dato che la procedura corretta per la produzione di un “servizio” giornalistico esclude l’uso di tecniche adatte al confezionamento di una realtà filmica, che non corrisponde necessariamente al modo in cui sono avvenuti gli eventi. Il videogiornalismo, come forma particolare di giornalismo, è vincolato a forme di produzione che non ammettono alcuna manipolazione del materiale girato per esigenze estetiche e/o del racconto della storia.

In base a queste considerazioni, mi sembra doveroso segnalare – a prescindere da ogni altra considerazione in merito a quest’iniziativa – che se qualcuno volesse imparare davvero a fare il videogiornalista farebbe meglio a scegliere corsi organizzati in modo diverso da quello di Repubblica Academy.

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