Sbatti il falso in prima pagina – Storia dei “falsi giornali” dal Male al Lunedì della Repubblica

Un paio di settimane fa la redazione del Male di Vauro e Vincino ha distribuito nelle edicole di tutta Italia due false prime pagine di giornale, una de Il Corriere dello Sport e l’altra di Tuttosport, in cui si annunciava l’annullamento del campionato di calcio più tutta una serie di cosette collaterali di cui potete leggere comodamente sul sito del Fatto quotidiano.

Ai più giovani, la trovata sarà forse sembrata divertente e originale; ai meno giovani (o ai più informati) sarà apparsa invece per quello che è: un omaggio alla lunga tradizione del Falsi giornali inaugurata proprio dal Male (quello storico) nel 1978 e poi proseguita, tra gli altri, su Frigidaire e sul Lunedì della Repubblica.

Ugo Tognazzi arrestato come capo delle BR in un noto falso targato «Il Male»

Approfitto dunque di questa occasione per segnalare la pubblicazione, su Flashgiovani, del breve saggio che avevo scritto ben sei anni fa sull’argomento, debitamente corretto e aggiornato. Un saggio che, con mia somma sorpresa, ai tempi della pubblicazione su un mio vecchio blog aveva riscosso un certo successo, guadagnandosi pure una citazione sulla pagina wikipedia del Male.

Potete trovare lo speciale di Flashgiovani qui.

Per comodità di consultazione comunque, il file pdf della versione aggiornata del testo è scaricabile cliccando qui.

 

Howard Carter e la maledizione di Tutankhamon

Oggi Google dedica il suo doodle a Howard Carter, archeologo ed egittologo britannico, nato esattamente 138 anni fa. Di famiglia povera, Carter si appassionò all’archeologia e all’Antico Egitto grazie al sostegno del barone William Amhurst Tyssen-Amherst. A soli 25 anni, Carter era ispettore capo del sud dell’Egitto e divenne quindi responsabile dei siti di Karnak, Luxor, Tebe e della Valle dei Re. Inoltre, diresse gli scavi delle tombe di Seti I e Nefertari, oltre che quelli di Abu Simbel e Aswan. Ma l’impresa che lo consacrò ai libri di storia fu certamente la scoperta della tomba di Tutankhamon, avvenuta il 26 novembre del 1922.

Al tempo, il motivo della meritata fama di Carter all’indomani della scoperta era che la tomba di Tutankhamon, oltre a risultare la più ricca e meglio conservata tra quelle scoperte fino ad allora, era totalmente inviolata, sia dagli archeologi che dai predatori di tombe. Oggi invece il sepolcro di Tutankhamon è legato, nel sentire comune, non tanto alle eccezionali circostanze che portarono al suo ritrovamento, quanto alla memoria di una fantomatica maledizione che avrebbe colpito inesorabilmente tutti coloro che furono coinvolti nella sua scoperta.

Questi i fatti, riportati dal sito del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), sempre molto attento a “sbufalare” dicerie e credenze irrazionali:

Tornato a casa, Carter scoprì che un cobra – che nella religione egizia era il dio che avrebbe dovuto difendere la tomba appena profanata – aveva ucciso il suo canarino dorato. Lord Carnarvon [il finanziatore della spedizione, ndR] morì nell’aprile successivo, a causa dell’infezione scatenata da una puntura di zanzara sulla guancia sinistra che provocò una serie di complicazioni e la morte per polmonite in pochi giorni. Secondo la leggenda, la città del Cairo fu colpita in quel momento da un blackout e in Inghilterra, Susie, il cane di Lord Carnarvon iniziò a ululare e morì nello stesso istante del suo padrone. In molti iniziarono a collegare questi eventi all’apertura della tomba: è l’origine della storia sulla maledizione che uccide. Nel 1929, undici tra le persone coinvolte nella scoperta risultavano scomparse per cause non naturali o per morte prematura; tra di essi, il fratello di Carnarvon, l’assistente di Carter Arthur Mace, il segretario di Carter Richard Betel e suo padre Lord Westbury, l’egittologo, che si suicidò dopo aver scritto: «Non posso più sopportare questi orrori e fatico a vedere cosa potrei fare qui di buono, perciò esco di scena». Nel 1935 le vittime della maledizione del faraone erano 21.

Tutta una coincidenza? Noi di Dietro le nuvole (e così il Cicap e ogni persona di buon senso) pensiamo di sì.

Non a caso, la maledizione della tomba di Tutankhamon viene anche citata nell’interessante Sulla scena del mistero (Sironi Editore, 2010), manuale di indagine sui misteri e sul paranormale a cura di Stefano Bagnasco, Andrea Ferrero e Beatrice Mautino, come chiaro esempio di quello che gli autori chiamano mystero (con la ypsilon!), vale a dire un mistero che tale non è, costruito il più delle volte a tavolino sulla base di dati falsi o fallacie logiche.

Alcune delle "vittime" della "maledizione". Fonte: wikipedia.

Indagando un minimo sulle morti legate alla tomba di Tutankhamon, ci troviamo di fronte ad almento due dati interessanti.
Il primo è che, tra i partecipanti alla spedizione, solo Lord Carnarvon morì a brevissima distanza dalla scoperta del sepolcro (e tra l’altro era già fisicamente debilitato da una precedente malattia). Le altre vittime caddero in un arco di tempo compreso tra i 6 e i 60 anni dalla scoperta.
Il secondo dato è l’età media al momento della morte di queste presunte vittime: secondo uno studio condotto dal ricercatore australiano Mark Nelson e pubblicato sull’autorevole British Medical Journal nel 2002, essa era di ben 70 anni. Vale a dire, superiore alla media dell’epoca.

E allora da cosa nasce il mito della maledizione? Molto semplice: dalla fiction. Nel marzo del 1923 fu la scrittrice Marie Corelli, forse ispirata dalla morte del canarino di Carver, ad alludere all’esistenza di una maledizione legata alle spoglie del faraone, dando il via alla leggenda. Una leggenda cavalcata prontamente dalla stampa dell’epoca, che la arricchì con aneddoti inventati di sana pianta, non ultima la presenza, all’interno della tomba, di un inesistente geroglifico, che avrebbe recitato, platealmente: «They who enter this sacred tomb shall swift be visited by wings of death». Coloro che entreranno in questo sacro sepolcro, riceveranno presto la visita delle ali della morte. I soliti media ansiogeni e catastrofisti.

 

The Avengers – recensione

Che poi no, non è una recensione, ma più un insieme di considerazioni sparse seguite alla visione dell’ultimo blockbuster marvel.

Con quelle premesse, quei precedenti, quel target e con il fiato dei Marvel Studios sul collo, The Avengers non poteva essere migliore di così. Joss Whedon ha fatto un vero miracolo, costruendo un film nel complesso solido, i cui buchi di sceneggiatura – pur presenti – sono oscurati da un ottimo ritmo, una regia pulita e non banale, dialoghi avvincenti e divertenti e un sacco di fan service.

I personaggi trovano un loro equilibrio in maniera naturale e convincente, ognuno ha il suo spazio e una sua funzione e non prevarica sugli altri, ognuno ha il suo percorso. L’unico un po’ penalizzato è Occhio di Falco, ma ce lo aspettavamo un po’ tutti già dalla sua bizzarra comparsata nel film di Thor.

Nulla da ridire poi sul cast: tutti molto in gamba, tutti in ruolo, anche chi nei film “a solo” non aveva convinto del tutto. In particolare, sorprende  la performance di Mark Ruffalo, che ci regala il miglior Bruce Banner – e il miglior Hulk! – cinematografico di sempre (e prima di lui di lì era passato Edward Norton, che non è esattamente l’ultimo degli idioti).

In poche parole, quello che Joss Whedon è riuscito a confezionare è un vero sogno nerd, divertente, fracassone, citazionista e VoglioIlDvdOra.

E chiudo con un piccolo brano della recensione scritta dai ragazzi de I 400 Calci, perché trovo che sia la cosa più significativa che sia stata detta su questo film:

C’è un bel bambino rotondetto con gli occhiali che, intervistato dopo la mega battaglia che rade al suolo New York, dice quello che ogni bambino sano di mente dovrebbe urlare dopo la visione di un film del genere: “… e poi è arrivato Iron Man che ha fatto ‘pfiuu’ dalle mani e ha sparato dei raggi fotonici, mentre Thor al suo fianco – SBEM! – spaccava tutto con il suo martello…”. C’è fotta, c’è contentezza, felicità e stupore. Negli occhi di quel pargolo come nei nostri. Perché il dato importante è uno e uno solo: The Avengers è un film della stramadonna.

 

Buon 25 aprile!

E ve lo dico con Makkox (via Il Post, 25 aprile 2011):

 

Di Twitter, Reporter e Repubblica Academy

Una delle principali conseguenze che la diffusione delle nuove tecnologie smart e dei social network hanno avuto sulla libera circolazione delle notizie e delle informazioni è la sempre maggiore capillarità del cosiddetto fenomeno del citizen journalism, il giornalismo partecipativo, che vede l’azione diretta dei “non professionisti” nel panorama del news-making. In questo momento storico, per esemplificare, chiunque possieda uno smartphone o un tablet ha in tasca, potenzialmente, un editor di testo, una telecamera e una macchina fotografica con accesso immediato al maggiore flusso di notizie del mondo, Internet.

Come ho avuto modo di scrivere pochi giorni fa occupandomi della Porcata dell’Inedito, ritengo che l’operato di alcuni “amatoriali” in questo campo sia fondamentale, principalmente per l’inadeguatezza di buona parte dei professionisti. Il problema (o meglio: uno dei problemi) è che la percezione che si rischia di avere dello stato attuale di cose è che basti avere un account su Twitter per diventare un fotoreporter, e non c’è nulla di più falso.

In questo senso, mi sembra significativa l’iniziativa di Repubblica.it, che qualche giorno fa ha lanciato una nuova sezione del sito, Reporter, dedicata a contributi video esterni, composti da «semplici cittadini, testimoni di eventi eccezionali o ordinari abusi che vale la pena denunciare. Armati di telecamere o smartphone, per documentare la vita del Paese. Ma anche semi-professionisti, con tecniche e strumenti più sofisticati, che ritengono di avere storie che è importante divulgare». All’interno della sezione, trova spazio anche una scuola per videomaker, Repubblica Academy, supervisionata da Paolo Sorrentino. Come leggiamo nell’articolo di presentazione:

Repubblica Academy [...] sarà un corso avanzato di videogiornalismo di circa sei mesi, che si ripeterà ogni anno. Consisterà in una decina di lezioni tenute dai migliori professionisti delle tecniche di ripresa e di montaggio, sino allo storytelling multimediale. La prima e l’ultima lezione saranno fatte dal vivo mentre le altre saranno online.

I 20 partecipanti saranno selezionati tra i videomaker che manderanno i loro video (inchieste, reportage, videocronache di viaggi) a partire da oggi e per circa un mese. Verranno scelte le persone che presenteranno i contenuti più meritevoli e si terrà conto di un’equa distribuzione sul territorio nazionale, in modo da costituire una sorta di rete informale di videocorrispondenti disseminati lungo la penisola e da attivare al bisogno. Il corso è gratuito e, durante e dopo, sarà richiesto agli allievi di produrre una serie concordata di servizi video per il sito del giornale.

L’idea, sulla carta, è interessante e indica la consapevolezza che, tra coloro che si occupano di giornalismo partecipativo, non ci sono solo i soliti cospirazionisti della domenica, ma anche gente valida che può valer la pena di professionalizzare.

All’atto pratico, però, la proposta di Repubblica Academy ha l’aria di essere un po’ debole. Con un numero così risicato di incontri sparsi in un arco di tempo così ampio, non credo che si intenda realmente formare dei professionisti, quanto piuttosto offrire ai non professionisti un know-how prettamente tecnico e piuttosto superficiale su come confezionare i propri servizi. E non è di questo che il giornalismo italiano ha bisogno.

In proposito, riporto le considerazioni (interessantissime e dettagliate) del giornalista Wolfgang Achtner (qui il commento integrale):

[...] Il corso Repubblica Academy viene denominato «un corso avanzato» ma non si capisce come potrebbe esserlo se deve formare dilettanti e tra l’altro pur essendo della «durata di sei mesi, consisterà in una decina di lezioni tenute dai migliori professionisti delle tecniche di ripresa e di montaggio». Tradotto in italiano questo significa che ci saranno 10 lezioni distribuite in un periodo di sei mesi e che queste lezioni si occuperanno di riprese e di montaggio.

Sulla base della mia notevole esperienza di formatore professionale e di docente universitario mi permetto di sostenere che corsi organizzati in questo modo, e cioè poche ore di lezione a distanze di mesi l’una dall’altra, servono a poco o nulla. Nel campo del videogiornalismo, i corsi ritenuti seri, come i Platypus Videojournalism Workshops o della Columbia University sono della durata di una o due settimane e sono intensivi.

L’altro punto fondamentale della questione e secondo punto debole della cosiddetta “Repubblica Academy”, è che stiamo parlando di corsi di videogiornalismo. Sottolineo il fatto che sul sito di Reporter, il Progetto è scritto: “corso avanzato di videogiornalismo Repubblica Academy”.

Il punto chiave di corsi di videogiornalismo – e qui e’ facile dire che quest’Academy è impostata male – e che si tratta di una forma di GIORNALISMO, per cui la cosa più importante è di creare bravi giornalisti in primis, giornalisti televisivi in secondo luogo e, in terzo, giornalisti televisivi capaci di lavorare da soli sul campo.

Nei miei corsi, la prima settimana consisteva di lezioni teoriche, visione di materiale ed esercitazioni di vario genere sul giornalismo e sul giornalismo televisivo e la seconda settimana consisteva in altre lezioni riguardante l’uso pratico delle attrezzature e una serie di esercitazioni sul campo e montaggio in sede dei servizi girati.

Tanto per essere chiari, la prima lezione, che durava quasi una mattinata intera, si occupava di Etica! Sorrentino potrà anche essere un bravo regista ma non credo di sbagliarmi se dico che non ha esperienza giornalistica ad alto livello. Questo è importante perché, nel vidoegiornalismo, l’uso delle immagini o meglio delle sequenze (che devono essere di elevatissimo livello qualitativo) è subordinato al racconto di una storia che deve rispettare tutti i criteri giornalistici e non alla bellezza di una storia nel caso della produzione di film e, quindi, di fiction.

Questa distinzione è di fondamentale importanza perché collega la produzione di un servizio videogiornalistico al rispetto dei principi etici dato che la procedura corretta per la produzione di un “servizio” giornalistico esclude l’uso di tecniche adatte al confezionamento di una realtà filmica, che non corrisponde necessariamente al modo in cui sono avvenuti gli eventi. Il videogiornalismo, come forma particolare di giornalismo, è vincolato a forme di produzione che non ammettono alcuna manipolazione del materiale girato per esigenze estetiche e/o del racconto della storia.

In base a queste considerazioni, mi sembra doveroso segnalare – a prescindere da ogni altra considerazione in merito a quest’iniziativa – che se qualcuno volesse imparare davvero a fare il videogiornalista farebbe meglio a scegliere corsi organizzati in modo diverso da quello di Repubblica Academy.

 
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